Fortuna critica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il dedalo convulso del modernismo

 

L’arte di Luciano Costantini, certamente formatasi e affinatasi attraverso certuni ben identificabili ismi del Novecento e dall’intrepida osservazione delle avanguardie antisistematiche della scuola di Weimar, non è affatto esclusivamente da questi e da queste compostamente ispirata, ma è scaturigine di ricerca di quel retroterra culturale affiorante dai sedimenti di un lirismo psicologico intellettuale dadaista; e di questi si nutre stabilendone un tramite diretto, caratterizzato dall’oggettiva esteticità di taluni esiti che appaiono - pur nella rêverie ipercromatica del ciclo primigenio degli anni ‘80, che certo hanno conferito all’artista una significativa notorietà e riconoscibilità - straordinariamente conformi all’usta sorgiva che li ha generati.

 

Artista pluridirezionato e senza dubbio ora influenzato dal prodigio del digitale applicato al figurativismo, Costantini riversa nel dedalo convulso del modernismo la sua particolare interpretazione dei segni di un universo delirante, razionalizzandone tuttavia le allucinazione a vantaggio di un sintetismo possente, dove consorziano dei ed eroi della contemporaneità - reali ed immaginari -  in un’affabulatoria incursione nel pantheon dal candore farsesco. Gli elementi grafici mutuati dalla Street art diventano allora l’espediente per il dripping ispirato dai grandi murales delle periferie urbane e dalla sfida intemerata dei writers e dei geni della Marvel, nell’animazione e nel fumetto.

 

Ma ciò che ad un primo approccio potrebbe dissimulare un trastullo grafico, ad un’indagine più attenta l’arte di Costantini si rivela il prodotto sofisticato di una compostezza ideativa di matrice pop. A questa cifra stilistica, legata anche alle forti impressioni dell’opera di Franco Angeli e di Mario Schifano, Costantini unisce una peculiare visione del richiamo all’ordine e della rivisitazione serrata dei lessici. Le campiture si condensano allora in aderenza agli elementi figurali essenziali, tuttavia riproposti in repliche contigue, dove la rarefazione del tratto e l’ampiezza della composizione si lega alla dichiarata esigenza di perfezione costruttiva, ad un canone di filtrazione cromatica e di suggestioni naïf che non ammettono sconfinamenti. I personaggi dell’etere e dell’immaginario voluttuario prendono dunque forma in un’antologia postmoderna, contrappunto e visione spettrale di una Spoon River convulsa e dilatata nel tempo. Il risultato è uno sguardo a tutt’orizzonte sulle diverse alternative dell’arte nel XXI secolo, acclive come tutte le sperimentazioni ma certo coerente e privo di infingimenti. 

 

Inconfutabile dunque appare - pur nella contumace frequentazione diretta dell’artista, da parte di chi scrive - che il Costantini-uomo abbia elaborato, nel suo ductus speculare di fare arte, quei modelli ad uso e consumo del Costantini-creativo, inscindibili dalle suggestioni e dal coinvolgimento di taluni accadimenti personali che certo si indovina abbiano scortato il suo cammino maturo e ponderato, tatuandovi le allegorie ineluttabili della propria esperienza.

 

Massimo Rossi Ruben

 

 (Contributo critico Marzo  2015 )

 

 

 

 

 

Massimo Rossi Ruben

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lessico dei contrasti

Incontro con Luciano Costantini

 

Artista da transavanguardia negli anni ‘80, Luciano Costantini mostra da subito una spiccata inclinazione ad assimilare, coniugare, abbinare, fondere e stravolgere, in una straordinaria sintesi formale, suggestioni contrastanti provenienti da universi paralleli. Se da un lato, cioè, trae ispirazione dalle morbide e deformanti figure di pittori come Sandro Chia, dall’altro non tralascia gli spunti derivati dai grandi della Pop art  italiana, come Mario Schifano, avvertibile negli inserti decorativi, nelle pennellate dense e grumose e nelle tinte cupe.

 

La tendenza astrattiva prevarrà negli anni ’90, segnati dal progressivo abbandono della riconoscibilità figurale in virtù di un più musicale astrattismo, dai ritmi serrati e dai forti contrasti tonali.

 

Il percorso che Costantini compie nella produzione dal 2002 ad oggi è quello di ridimensionare questo suo bagaglio artistico dei decenni precedenti, approdando alle sperimentazioni della fotografia e della tecnologia digitale. Quest’ultima, nella sua cifra astrattiva influenzata dagli ismi del XXI secolo, dal lessico segnico e dalle geometrie costruttive, converge con il variegato e pluridirezionale mondo figurativo di cui recupera la riconoscibilità visiva del paesaggio tradizionale, seppur plasmato dal cromatismo acceso e stridente ispirato all’Action painting e alla Street Art.

 

Dalle istanze creative del suo proporsi, Costantini non tralascia il fare provocatorio e seriale ma non dimentica neanche le immagini, gli spunti o le vere e proprie citazioni. È un linguaggio di contrasti, il suo, che si saggia di quel ductus grafico d’ascendenza fumettistica distolta dalla componente illustrativa in virtù di una dimensione incessantemente simbolica, dove figure, segni e cromie concorrono a sublimare il dato visivo per farne una realtà altra: un mondo metafisico dove il verosimile è al tempo stesso inverosimile, il reale è anche surreale, il colore è anche acromismo, il costruttivo è anche distruttivo, l’ordinario è anche straordinario; un universo dove il presente e il passato si fondono, convivendo in una primordialità atemporale.  

 

È in questa fase - specie nelle opere dell’ultimo biennio - che Luciano Costantini raggiunge un traguardo importante del suo percorso artistico: quello di convertire la proprietà rappresentativa delle immagini in linguaggio. In altre parole, la sua ricerca è un’indagine sperimentale dove elementi originariamente contrastanti tra loro si incontrano, si alimentano e si sublimano, dando vita ad un lessico mirabilmente polimorfico.           

 

Viviana Vannucci

 

 

(Contributo critico Maggio 2015 - opere recenti)

 

 

 

 

Viviana Vannucci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ipotesi del reale
L’arte di Luciano Costantini
 
 

“[…] Cosa voglio esprimere con la mia opera?
Niente di diverso da quello che ogni artista cerca:
raggiungere l’armonia tramite l’equilibrio dei rapporti
fra linee, colori e superfici. Solo in modo più nitido e più definito.”
 
(P. Mondrian, Abbecedario, 1924)
 
La lettura della produzione pittorica recente di Luciano Costantini – per lo più orientata alla sperimentazione delle campiture cromatiche – gravita intorno a due nodi fondamentali: la griglia (esito felice della lezione di Piet Mondrian, mandata a memoria negli anni di formazione) e il derma ideativo, mutuato dal prodigio del digitale. Due elementi che introducono prospettive e ambizioni di progettualità in quell’emancipazione che è il cammino acclive di un artista.
 
Si tratta, dunque, di un ciclo – oggi parzialmente in rassegna al MARTE di Cava de’ Tirreni - che ben introduce e condensa la ricerca nella babele delle avanguardie e degli ismi del Novecento, decantata nella rarefazione del segno e nella vertigine di una tavolozza di lacche e droseracee.
 
Il risultato – come ebbi a commentare in un recente contributo  -  è uno sguardo a tutt’orizzonte sulle diverse alternative dell’arte nel XXI secolo, un’ascesa terapeutica sugli elevati del labirinto, sufficientemente in alto per scrutare gli indomabili attraversamenti delle rette, la fuga di Dedalo dalla propria ingannevole invenzione della bellezza.
 
Ma per Costantini le incursioni tra cardine e decumano si rivelano salvifiche, non costrizione tra i perimetri, dunque, ma espediente ed exitus per la propria intuizione di homo faber che stabilisce e alimenta quel rapporto dialettico con il magma della contemporaneità e i piani temporali delle avanguardie cui egli certamente ha tratto ispirazione.
 
Costantini, del resto, è un pittore attento al progresso delle tecnologie, che dagli ossimori dell’arte trae insegnamento per la propria ipotesi del reale, una facies ludica che controbilancia la serietà e la severità dei suoi intenti, combattendo le sovrapposizioni intimistiche fino a divenire uomo-artista libero, in volo con la sua riserva di ali, che sfida il formalismo e i canoni, certamente abusati, dell’arte.
 
Costantini, dunque, mette a profitto la formula estetica maturata negli anni di contemplazione dei Maestri del Novecento, rivelandosi “artista” sotto l’influsso segnico dei tempi, orientando progressivamente la personale ricerca sul costruttivismo attraverso il modulo iconico di Mondrian. Il tracciato si fa allora bidimensionale, ancorando quel ductus illustrativo dei fauves, di scomposizione ed essenzialità, nella sequenza serrata dei piani fino all’abbandono del dato naturale.
 
Sperimentazione di purissimo rigore e assimilazione tonale codificano, così, l’impianto della propria rêverie ipercromatica, esaltando quel rapporto imprescindibile tra il retaggio della pittura tradizionale e l’astrazione tel quel, nell’alveo febbrile della resa al modernismo.
 

Massimo Rossi Ruben  
 

(Contributo critico Giugno 2015 - mostra personale Cava dè Tirreni, presso  la sala espositiva del MARTE)

 

 

Massimo Rossi Ruben

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo spazio rasente di Luciano Costantini.

 

 

I lavori di Luciano Costantini sono esempio di come un artista contemporaneo riesca a bilanciare forma e contenuto in modo da esaltare le proprie storie e suggestioni personali e al tempo stesso farne terreno libero perché ogni osservatore possa riconoscervi un’aderenza attillata al proprio immaginario e al proprio vissuto. Il richiamo evidente a linguaggi e stilemi pop non è dunque circoscritto alla semplice ed esteriore impressione visiva, ma è il più chiaro sintomo della sacrosanta ricerca di senso per l’operare artistico; senso che, a maggior ragione per l’uomo attuale, non si può riscontrare più come totalmente e compiutamente riflesso nell’individualità dell’artista, ma deve fortemente dar conto dei condizionamenti e delle fascinazioni che la società contemporanea, i sistemi di comunicazione e condivisione, i processi induttivi della pubblicità e dello spettacolo impongono al comune sentire, al comune vivere in questa faticosa epoca. Costantini dunque adopera la sua indole evidentemente eclettica e pluralista per costituire un vero e proprio metodo ideativo e artistico di connessione e reazione a un mondo che è tanto frammentario e parcellizzato quanto fortemente orientato e omologato.

Nel far questo, Costantini non scade mai in un freddo e sterile concettualismo, né in una superciliosa narratività pedagogica (non credo infatti che egli voglia proporre ricette né presuma di conoscere verità), ma trova forme accattivanti in cui bellezza e ironia creano una miscela deflagrante di fascino estetico e spunti di analisi e connessione con la complessità del quotidiano.

Insomma, il prodotto artistico segue sempre con rigore una linea di precisa corrispondenza concetto-forma-estetica. L’elaborazione cromatica perciò è da una parte tensione verso una dimensione surreale e fantastica, entro cui si liberano inconsci primordiali e naturali propensioni ad armonie vagheggiate e ritmi essenziali; dall’altra è il riverbero di un approccio problematico al presente, del tentativo di reperire e sviluppare identità libere e indipendenti nel caos massificante e omogeneizzante delle pressioni socio-culturali. La rappresentazione – si tratti di immagini e figure, o si concentri su tensioni astratte e geometrizzanti, si elabori secondo la tecnica fotografica o pittorica, o per commistione fra esse, prenda spunto e avvio dal rapporto diretto con il reale, o al contrario, si mostri articolazione inventiva di un dato virtuale – in ogni caso si colloca in uno spazio indefinito e insieme incombente, uno spazio di rasente contorno, che acquista importanza e densità propri e significanti. Tale “protagonismo” tanto del soggetto quanto del contesto diventa così il simbolo della relazione complicata fra l’uomo e l’ambiente circostante, relazione e separazione, contatto e ardua integrazione, piano sul quale l’esistenza delle cose e delle persone mantiene la sua impenetrabile ragion d’essere alla superficie di una realtà che erroneamente viene creduta essere ciò che semplicemente si vede e che invece si rivela qualcosa di più misterioso e incalzante, qualcosa che è sempre e intimamente presente ma che viene compreso appieno solo in rari e fugaci istanti di folgorante chiarezza. Istanti quindi che schiudono interstizi. È proprio in quell’interstizio di meraviglia, bellezza e consapevolezza dell’istante che la visione dell’artista opera e conduce la sua ricerca.

 

Francesco Giulio Farachi

 

 

(Contributo critico Agosto 2015  - opere recenti)

 

 

Francesco Giulio Farachi

 

 

 

 

 

 

La Pop Art in Italia
La fluida situazione attuale
 
La Pop Art – si è detto – è un’arte concettuale: i dipinti diventano cose, le cose diventano dipinti.  Nella pubblicazione America discovered, edita da Arturo Schwarz a Milano, Billy Kluver definì gli artisti Pop “factualists”. Descrisse, egli, gli anni Sessanta nel loro complesso come un’epoca dominata dalla fede dei fatti, che tendeva a sdoganare oggetti, condizioni e sentimenti – ovvero “cose” in sostanza non necessariamente corporee o concrete - come fatti (“Happiness is a fact”). Nella lingua parlata statunitense si afferma in quegli anni una formula significativa per ogni situazione problematica: “That’s a fact!”, per dire “è così!”. Tom Wesselmann rispose a Gene Swenson in un’intervista del 1964: “Tutta la pittura è fact!”, cosa che peraltro aveva detto anche Andy Warhol allo stesso intervistatore nel 1963. Anche Jasper Johns parla di alcuni suoi lavori come facts. In buona sostanza il concetto di factualists poteva sostituire quello di “artista Pop”. Ben pochi artisti di quel movimento potevano tuttavia identificarsi con l’idea della “materialità” e della “consistenza” come suggeriva il termine “factualist”. Un aspetto tuttavia essenziale che accomuna questi artisti è il loro atteggiamento ironico nei confronti dei fatti, cioè il loro modo di vedere i fatti stessi come ironici, legato al senso della realtà e a una capacità analitica e riflessiva. Sono proprio queste caratteristiche che spiegano la vasta risonanza che la Pop Art ebbe in Europa, e che si riflesse in esposizioni, rassegne tematiche, tendenze del mercato dell’arte, collezionismo pubblico e privato, pubblicazioni e dibattiti. La nuova spregiudicata tendenza della Pop Art, a infrangere le barriere tra arte e non-arte e a sostituire i tipici criteri intimisti dell’arte con altri orientati verso l’esterno, fu percepita come un’effettiva  grande sfida alla tradizione. Anche in Italia, dove il magma ribollente delle avanguardie aveva creato il substrato idoneo alla proliferazione di quelle  filiazioni contenutistiche (senso della realtà, attenzione ai fatti, concettualità, immediatezza, minimalismo astratto), gli artisti delle generazioni successive ci mostrano una capacità percettiva degli elementi passando a scandaglio le sole effettive emergenze, dando abbrivio ad un’arte sull’arte, lavorando sulle filosofie evolutive, sulle culture diverse – generalmente di massa – e sulla comunicazione. Così come nel 1960 l’evoluzione della Pop Art corrispose alla diffusione della televisione a colori negli Stati Uniti, le immagini computerizzate dei nostri giorni rappresentano un mezzo fondamentale  nella nostra comunicazione. Indipendentemente dal significato di questi collegamenti, una cosa è certa: la Pop Art vive ora una nuova attualità, un revival, anche in termine di fruizione. Nella cultura di massa si registra infatti un crescente successo del Neo-Pop, dell’arte c.d. povera (caratterizzata dal riciclo di elementi e cose provenienti da altri contesti e reimpiegati nell’arte), nella pubblicità (Art Advertising), negli slogan e nelle formule linguistiche che si riflettono inevitabilmente anche nel giornalismo. Un’escalation che fa pensare che tutto sia un ritorno: tutto allora diventa Pop, specie se proviene dalla cultura easy del riuso e se strizza ruffianamente l’occhio agli aspetti eco-sociologici.
 
È in questo alveo che si collocano i sette artisti Pop et similia selezionati da Viviana Vannucci per la rassegna all’Officina delle zattere; sette creativi – una Pop star, taluni lumina già storicizzati, taluni altri in corso di affermazione – che con la loro complessa e variegata produzione offrono la propria interpretazione del Pop sull’usta dei maestri che li hanno preceduti e che hanno fornito la loro risposta a quel movimento che può certo definirsi barricadiero dei costumi e delle tendenze in quell’irripetibile scorcio di secolo della resa al modernismo.  Va da sé che non si è trattato – per la scelta che è stata operata dai curatori dell’esposizione – di individuare lavori che in qualche modo potessero figurare come termini di confronto con le produzioni altre: le linee guida, in tal senso – che hanno avuto più peso e più pregnanza di un criterium – sono state l’incontrovertibile contiguità culturale degli autori con gli eponimi anglosassoni e statunitensi e la loro corretta assimilazione dei concetti nella ricerca dei lessici dell’arte, in relazione allo studio del sedime – che è poi il Global Village che dà il titolo alla manifestazione – delle neo-avanguardie e come prova dell’appartenenza al collettivo.    
 

(...)

 
Luciano Costantini, con “Foresta urbana”, bissa il plauso e il favore del pubblico di esperti e cultori di una recente personale dedicata alla produzione degli ultimi anni. È un’opera – quella selezionata per la mostra all’Officina delle Zattere – che ben rappresenta il percorso compiuto dall’artista dagli esordi di astrazione figurativa fino alle poetiche dell’informale. L’abiura con i lessici tradizionali e le sperimentazioni sulla scomposizione dell’immagine non hanno tuttavia modificato l’interesse dell’artista per la ricerca e l’utilizzo di applicazione e metodologie digitali, attraverso le quali egli rivisita in chiave Pop le griglie del costruttivismo di Mondrian e la scomposizione cubista, a favore dell’essenzialità della linea retta e delle figure geometriche compatte. Testimonianza emblematica del suo itinerario di artista mai discosto dal dibattito, sono le opere del ciclo “Daedalus Daedalei”, da cui è tratto il dipinto in mostra, connotato dalla vertigine del cromatismo della tavolozza di Rothko.
 
 (...)
 
Massimo Rossi Ruben
 

(Contributo critico Agosto 2015 , opere recenti, collettiva Global Village a Venezia , evento concomitante con la 56^ Biennale di Venezia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foresta urbana - 2015, esposta alla collettiva Global Village, Venezia Agosto 2015

 

 

 

 

 

 

Massimo Rossi Ruben

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Contributo critico Otttobre 2015 - mostra  "Spoleto Arte incontra Venezia", presso  la sala espositiva Palazzo Giustinian, Venezia).

 

 

 

 

Elena Gollini

 

 

 

 

 

 

 

 

"The red line" , esposta alla Mostra "Miami Meets Milano" ev. co.  ad ART BASEL  2015 (Miami – Florida – Stati Uniti d’America), opera pubblicata sul catalogo della Mostra  (Testi Prof. Vittorio Sgarbi)

 

 

E’ un’opera di grande potenza evocativa, che traduce una profonda radice allusiva e concettuale.

Oltre all’immediatamente visibile, cela al suo interno, un insieme di linguaggi e codici sensoriali e percettivi, volutamente lasciati indefiniti e indecifrabili, nascosti, non svelati o svelati solo in parte, per rendere l’insieme compositivo ancora più enigmatico e avvolgerlo in una cornice intrigante.

La dimensione interiore e spirituale, si lega in modo tenace e indissolubile con quella materiale, condensandosi ed emanando una forte tensione emotiva, che guida l’Autore nell’atto della creazione e della sublimazione Artistica.

 

Elena Gollini

 

 

(Contributo critico Novembre 2015 - mostra " Miami meets Milano" , Miami , Florida - Stati Uniti d'America, curata da Vittorio Sgarbi)

 

Elena Gollini

 

"The red line" , esposta alla Mostra "Miami Meets Milano" ev. co.  ad ART BASEL  2015 (Miami – Florida – Stati Uniti d’America), opera pubblicata sul catalogo della Mostra  (Testi Prof. Vittorio Sgarbi)

 

 

 

 

 

 

Luciano Costantini raccoglie dentro le opere un insieme di concetti e metafore, da scoprire e interpretare, per stabilire un contatto di partecipazione attiva con chi guarda.

 

Renato Manera 

Vice Presidente 

Fondazione Antonio Canova

 

 

(Contributo critico Novembre 2015 - mostra " Miami meets Milano" , Miami , Florida - Stati Uniti d'America, curata da Vittorio Sgarbi)

 

 

 

 

 

 

 

 

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