Catalogo Global Village 2015 -Viviana Vannucci 

 

 

 

Catalogo pubblicato: Mostra "Global Village" Officina della Zattere - Venezia , Agosto 2015.


Pubblicate le opere: Foresta Urbana, 72x110 - La camicia dell'Artista, 72x110 - tecnica tradizionale TD (acrilici, smalti, getto d'inchiostro).


Contributi critici: Dott. Massimo Rossi Ruben, Dott. Corrado Fratini.


Note: evento conc. con la 56^ Biennale d'Arte di Venezia (2015)

 

Foresta Urbana - Opera esposta e pubblicata - Catalogo con testi del Dott. Massimo Rossi Ruben, Dott. Corrado Fratini

 

 

 

 

La camicia dell'Artista - Opera esposta e pubblicata - Catalogo con testi del Dott. Massimo Rossi Ruben, Dott. Corrado Fratini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rassegna stampa

 

Commissario: Simone Di Conza
Curatore: Viviana Vannucci

 

In linea con la tematica  ufficiale della Biennale, dal titolo “Mondi”,  Global Village è una mostra dal taglio internazionale, dove ogni artista si fa interprete della sua visione del mondo come un villaggio globale, trasformando lo spazio espositivo in una sorta di rappresentazione planetaria priva di frontiere, distanze, conflitti politici e territoriali e discriminazioni razziali. L’intento, cioè, è quello che ogni opera esposta offra uno spunto o una metafora dell’idea di globalizzazione terrestre incentivata dai canali di comunicazione mediatica e dal sogno di unificazione mondiale. Questa iniziativa nasce dalla volontà di mettere a confronto i maestri italiani con quelli stranieri in una sorta d’incontro internazionale dove gli artisti comunicano attraverso il linguaggio dell’arte facendosi interpreti di questa tematica a seconda della propria cifra stilistica.
All’iniziativa hanno contribuito soggetti differenti, sia privati che istituzionali, come la Galleria Toro Arte Contemporanea, la Sallustiana Art Today, il Sindacato FUIS, l’Associazione nèa Polis Roma, i Comuni di Gerocarne, Sessa Aurunca e di Terni.

Mercoledì 19 agosto alle 18,00 al vernissage saranno presenti le telecamere di Orlando tv per una puntata speciale esclusivamente dedicata alla mostra Global Village con ospiti d’eccezione, come Francesco Paoloantoni e Giobbe Covatta. Nella stessa occasione ci sarà la presentazione del catalogo a cui interverranno  i critici Corrado Fratini e  Massimo Rossi Ruben.

Opere di: Evita Andujar, Mario Bagordo, Claudio Burei, Luigi B. Greogrio, Santo Cagliotti, Francesco Cecere, Luciano Costantini,Raf Croce, Francesco Paolo Delle Noci, Bella Dora, Haidy Fosli, Patricia Glauser, Martino Giorno, Marco Lodola, Uttam Kumar Karkamer, Dagmar Jihlavcona, Ruben Dario Martinez, Isabella Monari, Eugenio Morganti, Tania Peli, Giacomo Ponzi, Vito Rotolo, Massimo Zavoli.
Collaboratori: Francesco Toro, Claudia Grasso, Francesca Triticucci, Alessandro Orlando, Massimo Ross Ruben, Corrado Fratini
Global Village è un progetto espositivo organizzato dalla Luxarte srl, concomitante alla Biennale d’Arte di Venezia 2015.

 

 

 

 

 

 


Contributo critico 
 
La Pop Art in Italia
La fluida situazione attuale
 
La Pop Art – si è detto – è un’arte concettuale: i dipinti diventano cose, le cose diventano dipinti.  Nella pubblicazione America discovered, edita da Arturo Schwarz a Milano, Billy Kluver definì gli artisti Pop “factualists”. Descrisse, egli, gli anni Sessanta nel loro complesso come un’epoca dominata dalla fede dei fatti, che tendeva a sdoganare oggetti, condizioni e sentimenti – ovvero “cose” in sostanza non necessariamente corporee o concrete - come fatti (“Happiness is a fact”). Nella lingua parlata statunitense si afferma in quegli anni una formula significativa per ogni situazione problematica: “That’s a fact!”, per dire “è così!”. Tom Wesselmann rispose a Gene Swenson in un’intervista del 1964: “Tutta la pittura è fact!”, cosa che peraltro aveva detto anche Andy Warhol allo stesso intervistatore nel 1963. Anche Jasper Johns parla di alcuni suoi lavori come facts. In buona sostanza il concetto di factualists poteva sostituire quello di “artista Pop”. Ben pochi artisti di quel movimento potevano tuttavia identificarsi con l’idea della “materialità” e della “consistenza” come suggeriva il termine “factualist”. Un aspetto tuttavia essenziale che accomuna questi artisti è il loro atteggiamento ironico nei confronti dei fatti, cioè il loro modo di vedere i fatti stessi come ironici, legato al senso della realtà e a una capacità analitica e riflessiva. Sono proprio queste caratteristiche che spiegano la vasta risonanza che la Pop Art ebbe in Europa, e che si riflesse in esposizioni, rassegne tematiche, tendenze del mercato dell’arte, collezionismo pubblico e privato, pubblicazioni e dibattiti. La nuova spregiudicata tendenza della Pop Art, a infrangere le barriere tra arte e non-arte e a sostituire i tipici criteri intimisti dell’arte con altri orientati verso l’esterno, fu percepita come un’effettiva  grande sfida alla tradizione. Anche in Italia, dove il magma ribollente delle avanguardie aveva creato il substrato idoneo alla proliferazione di quelle  filiazioni contenutistiche (senso della realtà, attenzione ai fatti, concettualità, immediatezza, minimalismo astratto), gli artisti delle generazioni successive ci mostrano una capacità percettiva degli elementi passando a scandaglio le sole effettive emergenze, dando abbrivio ad un’arte sull’arte, lavorando sulle filosofie evolutive, sulle culture diverse – generalmente di massa – e sulla comunicazione. Così come nel 1960 l’evoluzione della Pop Art corrispose alla diffusione della televisione a colori negli Stati Uniti, le immagini computerizzate dei nostri giorni rappresentano un mezzo fondamentale  nella nostra comunicazione. Indipendentemente dal significato di questi collegamenti, una cosa è certa: la Pop Art vive ora una nuova attualità, un revival, anche in termine di fruizione. Nella cultura di massa si registra infatti un crescente successo del Neo-Pop, dell’arte c.d. povera (caratterizzata dal riciclo di elementi e cose provenienti da altri contesti e reimpiegati nell’arte), nella pubblicità (Art Advertising), negli slogan e nelle formule linguistiche che si riflettono inevitabilmente anche nel giornalismo. Un’escalation che fa pensare che tutto sia un ritorno: tutto allora diventa Pop, specie se proviene dalla cultura easy del riuso e se strizza ruffianamente l’occhio agli aspetti eco-sociologici.
 
È in questo alveo che si collocano i sette artisti Pop et similia selezionati da Viviana Vannucci per la rassegna all’Officina delle zattere; sette creativi – una Pop star, taluni lumina già storicizzati, taluni altri in corso di affermazione – che con la loro complessa e variegata produzione offrono la propria interpretazione del Pop sull’usta dei maestri che li hanno preceduti e che hanno fornito la loro risposta a quel movimento che può certo definirsi barricadiero dei costumi e delle tendenze in quell’irripetibile scorcio di secolo della resa al modernismo.  Va da sé che non si è trattato – per la scelta che è stata operata dai curatori dell’esposizione – di individuare lavori che in qualche modo potessero figurare come termini di confronto con le produzioni altre: le linee guida, in tal senso – che hanno avuto più peso e più pregnanza di un criterium – sono state l’incontrovertibile contiguità culturale degli autori con gli eponimi anglosassoni e statunitensi e la loro corretta assimilazione dei concetti nella ricerca dei lessici dell’arte, in relazione allo studio del sedime – che è poi il Global Village che dà il titolo alla manifestazione – delle neo-avanguardie e come prova dell’appartenenza al collettivo.    
 
(...)
 
Luciano Costantini, con “Foresta urbana”, bissa il plauso e il favore del pubblico di esperti e cultori di una recente personale dedicata alla produzione degli ultimi anni. È un’opera – quella selezionata per la mostra all’Officina delle Zattere – che ben rappresenta il percorso compiuto dall’artista dagli esordi di astrazione figurativa fino alle poetiche dell’informale. L’abiura con i lessici tradizionali e le sperimentazioni sulla scomposizione dell’immagine non hanno tuttavia modificato l’interesse dell’artista per la ricerca e l’utilizzo di applicazione e metodologie digitali, attraverso le quali egli rivisita in chiave Pop le griglie del costruttivismo di Mondrian e la scomposizione cubista, a favore dell’essenzialità della linea retta e delle figure geometriche compatte. Testimonianza emblematica del suo itinerario di artista mai discosto dal dibattito, sono le opere del ciclo “Daedalus Daedalei”, da cui è tratto il dipinto in mostra, connotato dalla vertigine del cromatismo della tavolozza di Rothko.
 
 (...)
 
Massimo Rossi Ruben
 
 
(Contributo critico Agosto 2015 , opere recenti, collettiva Global Village a Venezia , evento concomitante con la 56^ Biennale di Venezia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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